Il primo Vaccino terapeutico contro l'HIV è italiano

18/02/2019
La strada per arrivare ad una cura è ancora lunga e necessita di finanziamenti e scoperte innovative per sradicare definitivamente questo virus.
Mintua - Il primo Vaccino terapeutico contro l'HIV è italiano

Il vaccino contro l'HIV italiano

Una ricerca italiana condotta su 92 volontari consentirebbe di controllare l’infezione da HIV evitando l’uso, per un periodo di tempo, di medicinali. 

In Italia è stato sintetizzato il primo un vaccino terapeutico che potrebbe aprire una nuova strada per tutti i sieropositivi in cura. 

Secondo questo studio condotto su un campione di 92 volontari, sotto terapia antiretrovirale, il vaccino Tat sarebbe in grado di limitare la riserva di virus dormiente all’interno dell’individuo, attualmente impossibile da colpire con i medicinali. 

 

I risultati ottenuti dopo otto anni di ricerca condotta da Barbara Ensoli, responsabile del Centro nazionale per la ricerca su Hiv/AIDS dell’istituto superiore di sanità, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers in Immunology. 

Come spiega Barbara Ensoli, questa nuova scoperta potrebbe portare ad un netto miglioramento della vita dei sieropositivi poiché permetterebbe di tenere sotto controllo il virus anche in un periodo di interruzione della terapia farmacologica. In questo modo si andrebbe a ridurre la tossicità legata ai medicinali e a gestire meglio la terapia a lungo termine migliorandone anche gli effetti. 

Secondo le statistiche mondiali, sono 40 milioni le persone infette dall’Hiv, delle quali la metà non può accedere a nessuna cura. 

 

La strada per arrivare ad una cura è ancora lunga e necessita di finanziamenti e scoperte innovative per sradicare definitivamente questo virus. 

Le terapie attuali, la cART, non elimina definitivamente il virus poiché una parte di esso è silente all’interno di alcune cellule, quindi inattaccabile, e ciclicamente si riattiva e si replica. Questo fa sì che la terapia farmacologica debba essere continuata per tutta la vita onde evitare la ricomparsa dell’infezione all’interno del soggetto. 

I medici e ricercatori che hanno condotto lo studio, “Continued decay of HIV proviral DNA upon vaccination with HIV-1 Tat of subjects on long-term ART: an 8-year follow-up study”, hanno registrato come nei pazienti vaccinati il DNA provirale nel sangue avesse subito una diminuzione da 4 a 7 volte più veloce rispetto ai pazienti che seguivano solo la terapia cART. 

È lecito presumere dunque che la somministrazione del vaccino Tat possa aiutare i sieropositivi dando loro la possibilità di tenere sotto controllo il virus pur evitando la somministrazione di medicinali, per un periodo di tempo da definire a seconda di ogni caso clinico specifico. 

Purtroppo però, come giustamente evidenzia la ricercatrice a capo del progetto, i fondi destinati alla ricerca sono sempre di meno. Per completare la ricerca servirebbero all’incirca 18 milioni, ma senza questo investimento l’equipe sarà costretta a fermarsi nonostante i notevoli successi raggiunti finora. 

La ricerca è iniziata nel 1995 e prevede come step successivo quello di sospendere la terapia farmacologica per un periodo di sei mesi, in pazienti vaccinati, per capire quanto tempo il vaccino ha effetto nel corpo umano, ovvero per quanto tempo la carica virale all’interno dell’organismo rimane abbastanza bassa da non portare a ripercussioni sulla salute.

Il team ha fatto sapere che vorrebbe avviare una sperimentazione su 30 pazienti vaccinati e altrettanti soggetti di controllo. E se anche questo studio avrà esito positivo, l’ultimo passo sarebbe quello di portare il vaccino anche in Africa.

Un progetto pieno di ottime prospettive e di buone intenzioni che, però, potrebbe non vedere mai la luce senza un adeguato finanziamento.

 

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